“Regolare la politica” i tanti modi della storia europea
Un recente convegno di studi alla Fondazione Firpo a Torino ha affrontato un tema complesso e di grande attualità

Quali sono state, nel corso dei secoli, le modalità, le forme, gli strumenti, con cui si sono regolati i fenomeni politici? La domanda potrebbe apparire semplice considerando che oggi nel mondo occidentale è la legge a presentarsi come mezzo migliore per regolare ogni ordinamento politico e sociale. Ma fu sempre e dappertutto (almeno in Europa) così? A questa difficile domanda ha cercato di dare una risposta (certo provvisoria e parziale, tanto complessa è la questione) il convegno di studi Regolare la politica. Forme e pratiche di regolazione della politica dal tardo antico all’età contemporanea, svoltosi il 22 e 23 gennaio presso la Fondazione Firpo.
L’incontro scientifico, organizzato dal Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, ha visto impegnati una quindicina di storici (provenienti da Italia, Francia e Spagna) affrontare il tema in una prospettiva diacronica (dal IV secolo al Novecento) e da molteplici punti di osservazione, che spaziavano dalla toponomastica alla paleografia, dall’iconografia alla cartografia. Il taglio fortemente interdisciplinare dato all’incontro (così come sottolineato in apertura dal presidente della Fondazione Firpo, Vincenzo Ferrone e dalla direttrice dei Dipartimento, Adele Monaci) ha consentito di evidenziare differenti esperienze storiche di regolamentazione della vita politica.
Ampio spazio è stato opportunamente dedicato alla dimensione religiosa, riflettendo non solo sul peso delle “regole” in specifici ambiti del clero (dal monachesimo antico, trattato da Roberto Alciati e da Rosa Maria Parrinello, alla Compagnia di Gesù, indagata da Guido Mongini), ma anche sulla tendenza di alcune esperienze (ad esempio la predicazione nelle città italiane tardo medioevali, studiata da Laura Gaffuri) a proporsi come veri e propri linguaggi politici. Nella stessa prospettiva sono stati letti fenomeni cronologicamente e culturalmente assai distanti: dalle mazarinades e dalle altre opere del libertinismo francese di metà Seicento (oggetto delle riflessioni di Pietro Adamo) alle esequie dei re d’Italia (su cui si è soffermato Pierangelo Gentile), che, da Vittorio Emanuele a Umberto II, furono momenti vivificanti di una nuova liturgia patriottica. A regolare la politica furono anche molte tipologie di “scritture”: non solo quelle sacre, ma anche quelle dei funzionari pubblici di età medioevale (su cui è intervenuto Antonio Olivieri) o le corrispondenze dei principi d’Acaja nel Trecento piemontese (indagate da Paolo Buffo).
Ad un’altra forma di scrittura, quella cartografica, capace di descrive i territori ma anche di tracciare (e quindi regolare) confini fra comunità e stati, ha rivolto la sua analisi Paola Pressenda. Forme di scrittura sono, a ben vedere, anche le targhe delle piazze e delle vie nelle nostre città: sulla toponomastica, intesa come strumento concreto del progetto di pedagogia nazionale elaborato in Italia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si è soffermata Marta Margotti. Il convegno, con la sua ricchezza di approcci e di incroci tematici, ha suggerito l’opportunità di dilatare i confini di un concetto (quello della regolamentazione della politica) che, pur essendo per molti versi indissolubilmente legato ai sistemi normativi non coincise sempre e ovunque con essi.
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