Don Ricca, chi sono i figli che uccidono i genitori
La vicenda dei due ragazzi di Codigoro e la riflessione sul mondo degli adolescenti in un' intervista esclusiva al salesiano da decenni cappellano del carcere minorile di Torino

La vicenda dei due ragazzi della provincia di Ferrara che hanno ucciso i genitori di uno di loro sposta indietro il calendario a 15 anni fa: era il febbraio del 2001 quando una coppia di adolescenti di Novi Ligure massacrava madre e fratellino di uno dei due. Don Domenico Ricca, per tutti don Meco, salesiano, dal 1979 cappellano del carcere minorile di Torino «Ferrante Aporti», fu coinvolto nella vicenda in prima persona perché fu nominato tutore della ragazza. Le somiglianze con quei fatti, apparentemente, sono molte e in questi giorni, come allora, genitori, educatori, psichiatri, psicologi, sociologi e giornalisti a vario titolo si interrogano su quali siano le dinamiche per cui due minorenni italiani, apparentemente «normali», possano farsi carico di un delitto tanto efferato. Oggi come allora abbiamo intervistato don Ricca per cercare di capire – al di là della cronaca - chi sono i nostri adolescenti.
Don Domenico, nel suo lungo ministero di cappellano del carcere minorile torinese si è preso carico di più d’uno di ragazzi autori di gravi fatti di sangue. Quali sono le sue reazioni di fronte al duplice omicidio di Codigoro?
È troppo presto per esprimere un’opinione su ciò che è successo in quella casa: il rischio è di azzardare giudizi frettolosi su una famiglia di cui non sappiamo nulla. Che diritto abbiamo di scagliare pietre su due genitori che non potranno più difendersi o replicare? In secondo luogo, forse, ci eravamo abituati a pensare che fatti così gravi per mano di adolescenti non capitassero più e invece, leggendo i giornali e guardando i servizi televisivi in questi giorni, mi sembra di trovarmi di fronte a una «fotocopia» delle vicende di Novi Ligure…
In che senso?
Salvo alcune differenze ambientali le dinamiche – da quello che sappiamo finora - sono abbastanza simili. C’è un’ amicizia tra due ragazzi molto coinvolgente ed esclusiva degli altri, un piccolo paese di provincia, un buon tenore di vita di una delle due famiglie dove i soldi per le piccole cose non mancavano mai e, soprattutto, c’è la dinamica di due adolescenti che non hanno imparato a relazionarsi e a confrontarsi con i coetanei e che non hanno mai imparato a ricevere dal mondo adulto degli stop ben precisi. Non mi stancherò mai di dire che è molto importante educare progressivamente i ragazzi a ricevere dei limiti. Insisto sul «progressivamente» perché, se i giovani non si abituano gradualmente ai «no», a «16-17 anni - come mi dicono tanti genitori - non accettano più niente». L’educazione al limite parte dai bambini, dalla prima infanzia, dove i sì e i no sono chiari e i sì e i no non sono ostacoli ma piccoli «fermo-corsa» su cui sei obbligato a riflettere.
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