«Il mio cinema di corpo e spirito»

Intervista con Giorgio Diritti, regista di «Un giorno devi andare» e autore del romanzo «Noi due», primo ospite della Cattedra del dialogo

Parole chiave: spirito (9), cinema (39), diritti (17), dialogo (74)
«Il mio cinema di corpo e spirito»

«La responsabilità umana nella fragilità». E’ questo il titolo della settima edizione della Cattedra del dialogo, il ciclo di incontri promosso dalla Conferenza episcopale piemontese e dalla Pastorale delle comunicazioni sociali, in collaborazione con il Progetto culturale della Cei, con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Torino, della Regione Piemonte e del Comune e con il sostegno della Fondazione Crt. Un luogo di proposta, di ascolto e di confronto, come ha detto mons. Luciano Pacomio, vescovo di Mondovì e responsabile della Pastorale comunicazioni sociali e cultura. Ospiti del primo incontro, lo scorso 20 novembre al Circolo dei lettori di Torino, mons. Dario Edoardo Viganò, direttore del Centro televisivo vaticano, e Giorgio Diritti, regista di film come «Il vento fa il suo giro», «L’uomo che verrà» e «Un giorno devi andare» (presentati e premiati nei più importanti contesti cinematografici nazionali e internazionali), nonché scrittore, autore del romanzo «Noi due» (pubblicato da Rizzoli). A moderare la serata, lo storico Maurilio Guasco. Tema dell’incontro, «Comunicare il dono».

Diritti, come si può comunicare il dono attraverso il cinema?

La prima sensazione, almeno per quanto mi riguarda, è che quando penso e immagino un film vivo questa condizione come se si trattasse di un regalo verso qualcuno, qualcuno che quel film andrà a vederlo. Dunque, il primo obiettivo è riuscire a offrire al pubblico uno spunto di riflessione. Mi piace identificare il ruolo dell’autore, non solo cinematografico ma anche letterario o di altre discipline artistiche, in uno specchio privilegiato della società. Come un sismografo che intercetta e sintetizza i “movimenti” della gente comune, spogliandoli da altri elementi che possono confondere o alterare quei dati, e li ripropone in forma riflessiva. In questo rapporto c’è evidentemente uno scambio: il dono, infatti, è anche quello delle persone che si avvicinano a me raccontandomi le loro storie, coloro che condividono con me la costruzione di un progetto, di un nuovo film.

Il dono è anche quel bambino che è nella pancia della madre di Martina ne «L’uomo che verrà», e che nascerà mentre la storia sta scrivendo nelle sue pagine più buie la strage di Marzabotto?

Sì, il dono è anche quello. E’ la vita, è la speranza. Soprattutto nei momenti di disperazione, atrocità e follia, di distanza da ogni logica, la dimensione dell’uomo che arriva, di una nuova nascita, è davvero il segno della speranza. Noi oggi viviamo spesso la condizione del dono come omaggio concreto, unicamente come oggetto, invece credo che il percorso più utile per ogni individuo sia di prepararsi a ricevere in senso affettivo, non meramente materiale. Tornando al cinema, il dono per un regista è l’emozione che un film riesce a generare nello spettatore.

Leggi l'intervista integrale su il nostro tempo di domenica 30 novembre

Tutti i diritti riservati

Cultura e società

archivio notizie

18/01/2018

Da Aristotele ad Einstein, quando la scienza interroga l'uomo

Da Aristotele ad Einstein, passando per Copernico, Tommaso d’Aquino, Galileo, Darwin… I progressi della scienza continuamente interrogano la nostra visione dell’uomo, ne scrive Valter Danna, docente di Filosofia teoretica alla Facoltà teologica torinese 

11/01/2018

Nicola Lagioia: "Torino scelga, piccola Parigi o grande Cuneo?"

Dopo l'intervento di Paolo Verri sul valore della cultura sotto la Mole, la parola al direttore del Salone del Libro

07/11/2017

Cento anni fa l'inizio della Rivoluzione russa

Il 7 novembre di cento anni fa l'assalto al Palazzo d'Inverno di Pietrogrado segna l'inizio della Rivoluzione russa, assimilabile alla Rivoluzione francese 

26/10/2017

Caporetto, una lezione che dura da cent'anni

24 ottobre, anniversario della terribile disfatta italiana durante la Prima Guerra Mondiale. L'Esercito combatteva, lo Stato si sfaldava. Pagine di storia da ricordare e raccontare ai giovani