Dacca: una violenza che viene da lontano
Dopo l'attentato a Dacca, in Bangladesh, le nuove strategie dell'Isis. Intervista al prof. Francesco Zannini del Pontificio istituto di Studi arabi e islamici (Pisai) di Roma

Isis o non Isis, al-Qaeda o non al-Qaeda: è l’interrogativo che tormenta i servizi di intelligence bengalesi, dopo la strage di venti civili stranieri, tra cui nove italiani, compiuta venerdì scorso nella Holey Artisan Bakery di Dacca.
La premier Sheikh Hasina e i suoi ministri negavano, fino a qualche tempo fa, la presenza dell'Isis o di al-Qaeda nel Paese. Per loro i colpevoli degli attentati erano da ricercarsi fra i membri dell'opposizione guidata dal Partito nazionalista bengalese (Bnp) della begum Zia Khaleda e, in particolare, fra i ranghi del suo alleato Jamaat islami, il Partito islamista del Bangladesh.
E questo ci dà l’idea dello scontro politico in atto nel Paese. Ma è dal febbraio 2015 che al-Qaeda e l’Isis si sono attribuiti attacchi a intellettuali, blogger, stranieri ed esponenti di minoranze religiose, sempre più frequenti, una ventina per ciascuno.
Così è stato anche per l’assalto alla Holey Artisan Bakery del quartiere diplomatico di Gulshan-2, che «Amaq», l'agenzia di stampa del Califfato, ha affermato essere opera di un commando bengalese, indicando i nomi e mostrando i volti.
«Gli atti di violenza risalgono già ai primi anni Novanta», dice al «nostro tempo» il professor Francesco Zannini, docente del Pontificio istituto di studi arabi e islamici (Pisai) di Roma, grande esperto di Bangladesh, dove ha vissuto per quindici anni, «sono violenze contro i musulmani più moderati, ma anche contro gli induisti con la distruzione dei templi. Allora non si colpivano però gli occidentali, anche perché protetti dalla polizia».
Poi aggiunge: «Io stesso sfuggii a un attentato in quegli anni: ero andato in un villaggio del Sud con un mufti per una conferenza. Alcuni attivisti di gruppi radicali ci volevano ammazzare tutti e due: mi salvarono militanti della Jamaat islami (il Partito islamico) che si opposero agli estremisti. Oggi c’è una recrudescenza. In realtà violenze fra musulmani e hindu sono endemiche. Solo recentemente si colpiscono gli occidentali».
Secondo lei, gli assassini di Dacca dono affiliati all’Isis o ad al-Qaeda?
Secondo la polizia i sette jihadisti appartenevano a un gruppo terrorista locale, Jamaat-ul-mujahideen Bangladesh (Jmb), erano giovani ben istruiti e benestanti. Lo Stato islamico, che ha rivendicato l’attentato, non sembra direttamente coinvolto. La polizia sta indagando su possibili collegamenti tra il commando e le reti jihadiste internazionali. Sono d’accordo con chi dice che questi gruppi radicali c’erano già. Le tensioni politiche alimentano la radicalizzazione e questi gruppi, di fronte alla dura repressione del governo, cercano visibilità. L’Isis ha una sua propaganda e cerca di affiliarsi ogni movimento. Ma non mi pare ci sia un collegamento organico, nel senso che siano persone mandate dall’Isis a colpire. Certo, questi giovani prendono ispirazione, ma non ci sono collegamenti diretti.
L'articolo completo sul Nostro Tempo di domenica 10 luglio 2016
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